FRAMMENTI DI RIFLESSIONE SU AUTORGANIZZAZIONE E SPAZI SOCIALI

PreviewUna testimonianza di alcuni partecipanti dell'occupazione dell'ex tessitura di via pannilani (8 – 14 aprile 2006) redatto in seguito allo sgombero con la volontà di analizzare criticamente la bella ma controversa esperienza dell'occupazione. Nonostante sia stato scritto a poche settimane dallo sgombero, non è mai stato diffuso.

 

Autogestione è: “saper portare avanti progetti senza sovradeterminazione o imposizione alcuna”, in altre parole saper mantenere un rapporto di totale orizzontalità all’interno di qualunque iniziativa.


Cercheremo di analizzare brevemente alcune caratteristiche e i limiti dell’occupazione di via Pannilani, partendo da ciò che ha caratterizzato maggiormente quest’esperienza: lo spontaneismo.

In una settimana di occupazione, complice il fatto che era un’esperienza totalmente nuova per la maggioranza di noi, ognuno ha fatto la sua parte spontaneamente, affrontando in una sola volta i problemi riscontrabili in una situazione precaria come la nostra. È stato fatto tanto, ognuno di noi si sarà sentito particolarmente coinvolto e in seguito appagato e soddisfatto del proprio lavoro, svolto senza vincoli o regole o imposizioni, valorizzando le proprie attitudini e le proprie passioni.

1° giorno: pulizie di primavera, compresi gli oli esausti dei vecchi macchinari.

extessitura, pannilani06

In una sola settimana è stato trasformata una tessitura abbandonata in un luogo accogliente e ospitale.
Sono emersi però molti limiti, primo tra tutti la mancanza di organizzazione e di una logica nell’affrontare le p
roblematiche, sia per quanto riguarda la ristrutturazione e la suddivisione del lavoro, sia per portare avanti scelte collettive, (perdonabile, dato che era la prima volta che si lavorava tutti insieme) che ha contribuito allo sgombero la settimana seguente.


Esistono altri limiti che abbiamo rilevato analizzando ciò che è avvenuto: lo spontaneismo, senza una minima regolamentazione e una forte consapevolezza di cosa volevamo portare a termine, ha rischiato molto spesso di trascendere in individualismo, che oltre ad essere limitativo, può essere molto dannoso per un progetto comune.
 La scelta, spesso inconscia, di mettere i propri bisogni davanti alle scelte collettive, è anche dovuta dalle difficoltà che affronta un gruppo appena nato, quali la scarsa conoscenza dei componenti, che spesso comporta atteggiamenti di diffidenza o, peggio, pregiudizio, verso gli altri; difficoltà ancora maggiori si incontreranno per stabilire le priorità e le tematiche da affrontare, e il conseguente superamento delle divergenze.
La mancanza di confronto (sia interno al gruppo, per chiarire scelte e meccanismi, sia riferito ai nostri interlocutori) è l’errore più grave in cui si può incappare, essendo molto limitativo e disgregante, o peggio ghettizzante.

PreviewL’autorganizzazione dei percorsi di lotta, però, si avvale di alcuni strumenti per affrontare le problematiche riscontrate finora: prima tra tutti per importanza è la costituzione di un’assemblea, essendo non altro che l’incontro e il confronto della totalità dei membri del gruppo.
Il metodo assembleare, che prevede, in quanto tale, il rifiuto della delega del proprio pensiero ad altri, permette a tutti di essere partecipanti attivi delle scelte del gruppo, dato che nessuno è meglio rappresentato che da se stesso.
Riconoscendo la sola assemblea come organo decisionale ed esecutivo, meriti e responsabilità ricadranno sulla collettività, e non sul singolo individuo; questo comporterà un’eventuale crescita e autocritica da parte di tutti i componenti dell’assemblea. Il suo grosso limite, riscontrato anche nella esperienza dell’ occupazione, è la mancanza di tanto tempo da dedicare alle discussioni su scelte e proposte, nonchè la difficoltà di fondo a conciliare posizioni anche molto diverse, uniti al reale rischio che siano sempre le stesse persone ad esprimersi.
Esistono metodi semplici (ma solo se è chiaro il meccanismo che ne sta alla base) per ovviare a queste difficoltà: alla mancanza di tempo si creeranno dei “gruppi di lavoro” (o di affinità), cosicchè ci si possa concentrare su varie tematihe nello stesso momento; questo meccanismo, però, funziona meglio se vi è conoscenza e affiatamento tra i componenti del gruppo, è più difficile fare un buon lavoro con persone che poco si conoscono.
Per affrontare tante tematiche in un grande numero di persone si può scegliere di istituire un moderatore, una persona che sappia gestire i tempi di intervento e di analisi delle argomentazioni, sapendo non trascendere in discorsi futili. Il moderatore non è colui che guida (in senso tradizionale) l’assemblea, semplicemente la razionalizza ed evita che si creino tensioni, fraintendimenti, confusione.

La grandezza, la crescita e la maturità di un gruppo si misurano anche da quanto questo riesce a conciliare le diverse linee di pensiero che lo attraversano.
Il superamento di qualsiasi divergenza è sintomo di quanto ogni membro dell’assemblea anteponga il bene collettivo rispetto a quello individuale, intendendo la collettività come completamento delle volonta individuali.
Per questo la scelta di non votare in assemblea: riteniamo tale meccanismo controproducente e contraddittorio: controproducente perché crea una divisione tra una maggoranza soddisfatta e una minoranza discriminata, fratturando così il gruppo; contraddittorio perché aliena il metodo assembleare.

Autorganizzazione è anche socializzazione e conseguente rispetto di tutto ciò che riguarda l’ambito comunitario: la condivisione degli spazi e dei semplici oggetti, dell’aspetto finanziario, delle decisioni e delle idee.
Vanno rispettate e valorizzate le diversità: da quelle individuali a quelle ideologiche.

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