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GOVERNI E TERRORISTI: riflessioni su Stato e manipolazione >>> di: Kamo
sputnik | 15 Novembre, 2007 17:07
La storia di (quasi) ogni paese occidentale ha conosciuto, più o meno intensamente, il terrorismo.
In tempi diversi, con modalità diverse, si è assistito alla nascita di una violenza fuori dai limiti propri dello stato moderno, che garantiscono il diritto dell’uso della coercizione alla sola forza pubblica.
Un fattore che accomuna tutte le diverse situazioni è la presa, la paura che il termine terrorismo suscita nelle persone, nella massa. Scrivere “terrorista” o “terrorismo” su un giornale, o dichiararlo in un TG, ha un effetto simile a quando si grida “fuoco” in un luogo affollato. Le reazioni sono perlopiù spontanee, senza una riflessione attenta, e dirette alla sopravvivenza prima che alla conoscenza di ciò che sta effettivamente accadendo. Vi è inoltre un’incredibile propensione a fare ciò che altri stanno già facendo. Dopo l’11 Settembre questo fenomeno si è espanso con una forza incredibile se si considerano le conseguenze reali che ha avuto.
Le classi dirigenti dei paesi “colpiti” insieme alle Twin Towers, conoscono, tramite i grandi tecnici di linguaggio e psicologia della massa che ogni partito arruola, questa neolingua (alla Orwell) e l‘effetto che questa provoca nelle popolazioni, e hanno cavalcato l’onda creata quel giorno, facendo leva sulla reazione di non-ragionamento tipica della maggior parte degli abitanti di quelle nazioni.
Le classi dirigenti dei paesi “colpiti” insieme alle Twin Towers, conoscono, tramite i grandi tecnici di linguaggio e psicologia della massa che ogni partito arruola, questa neolingua (alla Orwell) e l‘effetto che questa provoca nelle popolazioni, e hanno cavalcato l’onda creata quel giorno, facendo leva sulla reazione di non-ragionamento tipica della maggior parte degli abitanti di quelle nazioni.
Ed ecco qui gli effetti reali sopra-citati: 1)l’ostentazione della dicotomia tra guerra e violenza legittime da una parte, e malvagio terrorismo dall’altra; 2) l’accettazione di leggi che violano la privacy e le libertà fondamentali. Da parte della popolazione non vi è il bisogno di porsi domande (e nemmeno la possibilità, spesso) su quanto accade; ciò che importa è che la giustizia faccia il suo corso e che arresti i terroristi in gran numero, al fine di rendere sicure le nostre giornate. E così, un ulteriore passaggio ci dimostra come vengano legittimati avvenimenti e processi che invece dovrebbero far quantomeno allibire. La forza che il termine terrorismo ha guadagnato è la base della legittimazione che gli ultimi avvenimenti hanno avuto agli occhi della gente comune, dal nuovo colonialismo alle nuove leggi.La facilità con cui la classe politica parla di guerra viene proprio dal fatto che, con la vista annebbiata dalla necessità di debellare il terrorismo, la gente dimentica ciò che la guerra è effettivamente (morte, sofferenza, orfani, mutilazioni) o il fatto che negli ultimi sei anni le tanto amate Convenzioni di Ginevra siano state definitivamente cestinate (carceri segrete, torture, rapimenti); e quando non lo dimentica, lo considera comunque molto meno rilevante dell’obiettivo che questa porta. La facilità con cui sono state varate leggi liberticide e leggi repressive della libertà di spostamento, vero e proprio salto di qualità nella trasformazione di questo pianeta in “prigione di lusso” piuttosto che luogo dove vivere liberamente, è parimenti causata, quindi legittimata, dalla consapevolezza che la classe dirigente ha della forza delle parole e di questo linguaggio. Si pensi che questi processi sono in corso, e lo saranno probabilmente per lungo tempo ancora, nonostante l’ONU stessa, dopo numerosi tentativi (l’ultimo nel 2005, con l’assemblea generale, in cui non è stato trovato un accordo tra USA e paesi a maggioranza islamica), non è ancora riuscita a dare una definizione pacifica per tutti del termine terrorismo che vada oltre al mero lato pratico.
Analizzando criticamente la situazione, senza lasciarsi prendere dal panico o dalla paura di scendere in metropolitana (sarebbe meglio avere paura ad andare in macchina, viste le statistiche), si possono trarre delle conclusioni molto interessanti. Serve però un requisito di partenza fondamentale: saper guardare con gli occhi dell’altro. Da qui si parte per un’analisi che porta a capire quanto non sia molto diverso piazzare una bomba in metropolitana, da bombardare con fosforo bianco notte e giorno una città per convincere alla resa chi vi si è asserragliato dentro. Cambia solo la nazionalità della vittima. Come vi sentireste voi se lungo Viale Fulvio Testi vedeste passare carovane di mezzi blindati con la bandiera Irachena, o soldati afgani vi dicessero che sono in Italia per liberarvi? Qui non si vuole fare un manifesto del buonismo o del pacifismo, nemmeno si vuole legittimare indiscriminatamente qualsiasi violenza che vada contro il potere costituito. Si tratta semplicemente di riconoscere che la violenza definita terrorista ha un’origine che non viene dalle stelle o da altri pianeti, ma da dinamiche reali che la gente vive sulla propria pelle tutti i giorni. La violenza terrorista è la punta di un iceberg, l’ultima spiaggia per chi non può più vivere in una determinata situazione. Ora viene il dato molto interessante: da parte dei governi difensori della pace e della democrazia non vi è stata mai la volontà di trattare con i terroristi per evitare conflitti. nI discorsi giustificativi rivolti alla popolazione considerano il terrorista come un nemico con cui non si può e non si deve trattare, deve solo essere sconfitto, e per farlo non si può cadere in debolezze quali accordi o patti. Ma questo fatto viene storicamente smentito dalle trattative che invece vengono intavolate per quasi ogni caso di rapimento o di sequestro, dimostrando così che con il terrorista non si vuole trattare, perché significherebbe mettere in discussione quei comportamenti che molto probabilmente sono la causa stessa del terrorismo. Allo stesso tempo, il terrorista non viene nemmeno classificato come nemico, ma, con una nota di razzismo, come era abitudine tra i colonizzatori che incontravano i nativi dell’America latina, viene classificato come un ostacolo da eliminare e da debellare.
La dinamica, ragionando, è semplice: si parte da un bisogno insoddisfatto, da un paradosso, da una delle tante contraddizioni e ingiustizie di questo sistema. Vengono fatte delle richieste, vengono fatte pressioni, ma questo non basta, la propria voce vale meno del guadagno possibile, quindi viene zittita o comunque ignorata. Da qui, non dalla luna, nasce la necessità, per essere prima di tutto ascoltati, di ricorrere all’uso della forza. Dietro al terrorista non vi è la presenza maligna di un demonio, ma persone in carne ed ossa che, se per qualcuno sono terroristi, per qualcun’altro saranno sicuramente combattenti per la libertà.
La dinamica, ragionando, è semplice: si parte da un bisogno insoddisfatto, da un paradosso, da una delle tante contraddizioni e ingiustizie di questo sistema. Vengono fatte delle richieste, vengono fatte pressioni, ma questo non basta, la propria voce vale meno del guadagno possibile, quindi viene zittita o comunque ignorata. Da qui, non dalla luna, nasce la necessità, per essere prima di tutto ascoltati, di ricorrere all’uso della forza. Dietro al terrorista non vi è la presenza maligna di un demonio, ma persone in carne ed ossa che, se per qualcuno sono terroristi, per qualcun’altro saranno sicuramente combattenti per la libertà.
“Rimasi affascinato da ciò che si nascondeva dietro maschere ed incappucciamenti”
Phill Rees (dopo vent’anni passati a colloquio con gli uomini più ricercati del pianeta)
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Kurohata | 15 Novembre, 2007 17:45
Questo è un altro articolo da tenere sott'occhio, leggere e rifletterci su.
Esprime chiaramente dinamiche che accadono quotidianamente e che dovrebbero mostrare ai lettori CHI è realmente tacciabile di terrorismo, anche se questa parola è estremamente abusata.
Complimenti Kamo.
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